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Anno 50
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Mercoledì 16/1/2002
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Sulla proposta di
Verde "duello" a distanza tra due ex: Cossiga
(favorevole) e Scalfaro
(contrario)
D'Ambrosio: no
all'autorizzazione a
procedere
ROMA Resta
ancora all'ordine del giorno la proposta del
vicepresidente del Csm, Giovanni Verde, di congelare i
processi ai danni dei politici ripristinando l'articolo
68 della Costituzione. D'Alema è contrario («si
riporterebbe indietro l'Italia») e, a parte qualche
centrista (Volontè capogruppo Ccd-Cdu), l'Ulivo sembra
compatto attorno alle ragioni del no. Nella maggioranza,
però, l'ipotesi si sta facendo strada. Per An, Giuseppe Consolo ha presentato un disegno di legge, mentre a
febbraio una delegazione della giunta per le
autorizzazioni a procedere andrà a Madrid per studiare
il funzionamento di quel «modello spagnolo» auspicato da
Pecorella: l'azione penale è semplicemente sospesa
finché il politico rimane in carica. Nel centrodestra,
l'ipotesi andrebbe bene a tutti. Ma per l'azzurro
Saponara un'eventuale revisione della legge
sull'autorizzazione a procedere non avrebbe potere
retroattivo. Per incidere sul processo Sme, dice
Saponara, occorre un'amnistia, ma l'ipotesi è subito
bocciata dal finiano Nania. An, si sa, ha intenzione di
ritornare al vecchio legge e ordine. «Saggio e prudente,
aderente alle più antiche tradizioni dei regimi
rappresentativi e conforme alla disciplina che regola
questa materia in tutti gli stati della Unione e dello
stesso Parlamento europeo mi sembra l'ipotesi
realisticamente e coraggiosamente formulata dal vice
presidente del Csm Verde». Francesco Cossiga la
proposta: «Anche per riaffermare il primato della
sovranità parlamentare in uno Stato democratico rispetto
alla applicazione astratta del principio di legalità. Se
questo principio può, per quelli che sarebbero i suoi
effetti sanzionatori, essere derogato dal decorso del
tempo, dal condono, e dalla amnistia, e perfino da atto
che è prerogativa del Capo dello Stato come è la grazia
non vedo come vi sia da scandalizzarsi se la sola
sospensione della sua applicazione possa essere
adottata, con la prudenza commisurata agli interessi
dello Stato in gioco, da un organismo che è la massima
espressione della sovranità popolare, eletto dal popolo
e che di fronte al popolo sarà chiamato a rispondere dei
suoi atti: il Parlamento». Francesco Cossiga aggiunge
«D'altronde mi sembra che anche alcune graziose e dotte
deputate-magistrato dei Ds si siano scordate che nella
nostra attuale legislazione costituzionale, a suo tempo
anche da loro proposta e approvata, il Senato della
Repubblica ha il potere di bloccare l'esecuzione
dell'azione penale nei confronti di un fatto che pur
esso riconosca essere reato compiuto da un ministro, un
ex ministro quando lo ritenga compiuto nell'interesse
nazionale». Perché possa «risorgere» l'autorizzazione a
procedere, afferma un altro ex Capo dello Stato, Oscar
Luigi Scalfaro, «occorrerebbe, cosa che mi sembra
estremamente ipotetica, che fosse garantita una
applicazione ortodossa e che la decisione di non
autorizzare a procedere fosse votata con una maggioranza
qualificata». «Ricordo bene " osserva Scalfaro " che
questa protezione fu tolta per i troppi abusi che
finivano per impedire procedure penali che nulla avevano
di inquinamento politico». «Parlare di autorizzazione a
procedere per i parlamentari è fuori luogo in questo
momento». Il procuratore della Repubblica di Milano,
Gerardo D'Ambrosio, è contrario alla proposta di
Giovanni Verde. Per D'Ambrosio, però, «l'autorizzazione
a procedere che sia retroattiva diventerebbe un modo per
difendersi dal processo. Potrebbe essere inserita, ma
solo con paletti ben precisi: ad esempio, che la persona
coinvolta non si possa più presentare alle elezioni e,
comunque, sospendendo i termini di prescrizione».
D'Ambrosio, quindi, precisa: «un'autorizzazione a
procedere così concepita ha bisogno che i tempi della
giustizia siano brevissimi. Per questo ritengo che
bisogna parlare dei problemi della giustizia, di come
rendere più spedito il processo». Il magistrato milanese
ritiene che ormai si è «arrivati a un punto di non
ritorno» nel dibattito sulla giustizia. Per questo,
secondo D'Ambrosio, «è necessario dialogare
nell'interesse della giustizia. Si può parlare del
processo, di separare le funzioni tra giudici e pm, ma
non sui processi che devono avere il loro corso. Non si
può continuare a delegittimare la giustizia e le
istituzioni, e non mi sembra normale che in un paese
democratico si facciano delle leggi che poi vengono
usate in un certo modo nel processo proprio da chi le ha
fatte». |
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