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ROMA — Se per il neosegretario dei Ds Fassino
le dure parole pronunciate dal procuratore Borrelli lo
scorso sabato corrispondono ad un «legittimo grido di
dolore», per il presidente del medesimo partito sono
state uno sconfinamento. Che ha pergiunta avvantaggiato
l'avversario. «Non ho apprezzato i toni di Borrelli... e
l'appello alla 'resistenza' lo considero un errore», ha
detto Massimo D'Alema (nella foto) intervistato da Radio
Anch'io. Un errore, dunque. Sia per ragioni
costituzionali, che di strategia politica. Dice infatti
D'Alema che Borrelli, offrendo al Paese l'immagine di
una magistratura militante contrapposta al potere
politico, «ha così fornito argomenti a Berlusconi». Un
effetto «spiacevole», dice.
Il dialogo
E così,
nel giorno in cui Ciampi riceve i vertici del Csm e
auspica il dialogo, D'Alema sembra accogliere l'invito a
costo di spiazzare il suo partito e metterne in
imbarazzo il segretario. Non è un caso che dopo le sue
parole sotto la Quercia sia calato un grave silenzio. A
dirsi d'accordo con lui, infatti, sono stati solo i
centristi, mentre la sinistra del Pdci ha preso le
distanze.
Naturalmente, il presidente della Quercia
non ha perso di vista il vero avversario. Quella di
Borrelli, ha detto, è stata «una reazione» eccessiva, ma
comunque «una reazione». Berlusconi e il suo governo,
infatti, «aggrediscono» la magistratura ed usano il
garantismo «per impedire» il processo Sme-Ariosto. Un
processo, accusa D'Alema, dove non si discute «delle
opinioni» di Berlusconi e Previti, ma del fatto che
«possano aver corrotto dei giudici». Ed è a questo punto
che Baffino assesta la stoccata: se Berlusconi fosse
condannato, dice, dovrebbe dimettersi. E aggiunge: «C'è
una legge che dice che un amministratore pubblico
condannato per reati corruttivi non può più svolgere il
suo mandato». Rispondono gli avvocati-deputati del
Cavaliere, Ghedini e Pecorella: quella legge «riguarda
solo sindaci e dipendenti pubblici». Berlusconi, quindi,
non dovrebbe dimettersi. Per quanto riguarda invece la
prima parte del discorso di D'Alema, la Cdl si divide
tra entusiasti e prudenti. Tra questi ultimi, Fragalà di
An e Bondi di FI, concordi nell'evocare la classica
«doppiezza comunista». Non è un caso che nel
centrodestra nessuno si faccia illusioni sull'apertura
di Fassino. «Il dialogo sulla Giustizia può riprendere —
ha infatti detto il segretario Ds — ma solo se non
verranno toccati i processi in corso e non verrà lesa
l'indipendenza dei magistrati». Intanto il governo non
perde tempo. Il ministro Castelli avrebbe annunciato a
Berlusconi l'intenzione di dare il via alla riforma
sulla giustizia entro il mese di gennaio.
Un'accelerazione conforatata anche dalle aperture di
Favara.
Ma all'ordine del giorno ieri c'era anche la
proposta del vicepresidente del Csm, Giovanni Verde, di
congelare i processi ai danni dei politici ripristinando
il vecchio articolo 68 della Costituzione. D'Alema è
contrario e, a parte qualche centrista, l'Ulivo sembra
compatto attorno alle ragioni del no. Nella maggioranza,
però, l'ipotesi si sta facendo strada. Per An, Giuseppe Consolo ha presentato un disegno di legge, mentre a
febbraio una delegazione della giunta per le
autorizzazioni a procedere andrà a Madrid per studiare
il funzionamento di quel «modello spagnolo» auspicato da
Pecorella («L'azione penale è semplicemente sospesa
finché il politico rimane in carica»). Nel centrodestra,
l'ipotesi andrebbe bene a tutti. Ma per l'azzurro
Saponara, in questo d'accordo col procuratore D'Ambosio,
un'eventuale revisione della legge sull'autorizzazione a
procedere non avrebbe potere retroattivo. Per incidere
sul processo Sme, dice Saponara, occorre un'amnistia, ma
l'ipotesi è subito bocciata dal finiano Nania. An, si
sa, ha intenzione di ritornare al vecchio legge e
ordine.
di Andrea Cangini
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