16 Gen 2002 05:01
 
 
D'Alema boccia Borrelli
E' scontro sull'immunità



ROMA — Se per il neosegretario dei Ds Fassino le dure parole pronunciate dal procuratore Borrelli lo scorso sabato corrispondono ad un «legittimo grido di dolore», per il presidente del medesimo partito sono state uno sconfinamento. Che ha pergiunta avvantaggiato l'avversario. «Non ho apprezzato i toni di Borrelli... e l'appello alla 'resistenza' lo considero un errore», ha detto Massimo D'Alema (nella foto) intervistato da Radio Anch'io. Un errore, dunque. Sia per ragioni costituzionali, che di strategia politica. Dice infatti D'Alema che Borrelli, offrendo al Paese l'immagine di una magistratura militante contrapposta al potere politico, «ha così fornito argomenti a Berlusconi». Un effetto «spiacevole», dice.
Il dialogo
E così, nel giorno in cui Ciampi riceve i vertici del Csm e auspica il dialogo, D'Alema sembra accogliere l'invito a costo di spiazzare il suo partito e metterne in imbarazzo il segretario. Non è un caso che dopo le sue parole sotto la Quercia sia calato un grave silenzio. A dirsi d'accordo con lui, infatti, sono stati solo i centristi, mentre la sinistra del Pdci ha preso le distanze.
Naturalmente, il presidente della Quercia non ha perso di vista il vero avversario. Quella di Borrelli, ha detto, è stata «una reazione» eccessiva, ma comunque «una reazione». Berlusconi e il suo governo, infatti, «aggrediscono» la magistratura ed usano il garantismo «per impedire» il processo Sme-Ariosto. Un processo, accusa D'Alema, dove non si discute «delle opinioni» di Berlusconi e Previti, ma del fatto che «possano aver corrotto dei giudici». Ed è a questo punto che Baffino assesta la stoccata: se Berlusconi fosse condannato, dice, dovrebbe dimettersi. E aggiunge: «C'è una legge che dice che un amministratore pubblico condannato per reati corruttivi non può più svolgere il suo mandato». Rispondono gli avvocati-deputati del Cavaliere, Ghedini e Pecorella: quella legge «riguarda solo sindaci e dipendenti pubblici». Berlusconi, quindi, non dovrebbe dimettersi. Per quanto riguarda invece la prima parte del discorso di D'Alema, la Cdl si divide tra entusiasti e prudenti. Tra questi ultimi, Fragalà di An e Bondi di FI, concordi nell'evocare la classica «doppiezza comunista». Non è un caso che nel centrodestra nessuno si faccia illusioni sull'apertura di Fassino. «Il dialogo sulla Giustizia può riprendere — ha infatti detto il segretario Ds — ma solo se non verranno toccati i processi in corso e non verrà lesa l'indipendenza dei magistrati». Intanto il governo non perde tempo. Il ministro Castelli avrebbe annunciato a Berlusconi l'intenzione di dare il via alla riforma sulla giustizia entro il mese di gennaio. Un'accelerazione conforatata anche dalle aperture di Favara.
Ma all'ordine del giorno ieri c'era anche la proposta del vicepresidente del Csm, Giovanni Verde, di congelare i processi ai danni dei politici ripristinando il vecchio articolo 68 della Costituzione. D'Alema è contrario e, a parte qualche centrista, l'Ulivo sembra compatto attorno alle ragioni del no. Nella maggioranza, però, l'ipotesi si sta facendo strada. Per An, Giuseppe Consolo ha presentato un disegno di legge, mentre a febbraio una delegazione della giunta per le autorizzazioni a procedere andrà a Madrid per studiare il funzionamento di quel «modello spagnolo» auspicato da Pecorella («L'azione penale è semplicemente sospesa finché il politico rimane in carica»). Nel centrodestra, l'ipotesi andrebbe bene a tutti. Ma per l'azzurro Saponara, in questo d'accordo col procuratore D'Ambosio, un'eventuale revisione della legge sull'autorizzazione a procedere non avrebbe potere retroattivo. Per incidere sul processo Sme, dice Saponara, occorre un'amnistia, ma l'ipotesi è subito bocciata dal finiano Nania. An, si sa, ha intenzione di ritornare al vecchio legge e ordine.

di Andrea Cangini