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Il ruolo di Fassino e Dini e l'apertura
del governo italiano nei confronti di Milosevic
ROMA - «A bocciare la mia candidatura
fu Prodi: me lo disse Massimo D'Alema». Francesco Chirichigno,
ex amministratore delegato della Telecom Italia fino
all'aprile del 1997, non usa giri di parole di fronte
alla commissione parlamentare d'inchiesta Telekom Serbia
per riferire che l'allora presidente del Consiglio preferì
a lui Tomaso Tommasi di Vignano (indagato dalla procura
di Torino) per l'incarico di amministratore delegato
della Stet e per parlare di tante «anomalie» riguardanti
un affare che a Telecom Italia costò all'epoca 1.500
miliardi di lire. E la prima anomalia sarebbe una delibera
del Cda Telecom del 18 marzo del 1996 che dava mandato
ai vertici dell'azienda di costituire una società in
Serbia con poteri di spesa fino a 1.200 miliardi di
lire. «Ai magistrati di Torino l'ho già detto - ha affermato
Chirichigno, attuale consigliere del ministro delle
Comunicazioni Gasparri -, io quella delibera proprio
non me la ricordo». In sostanza, secondo Chirichigno
una delibera del genere non poteva essere adottata senza
il via libera della Stet, che allora controllava Telecom.
Quell'atto è stato definito dall'allora amministratore
delegato Telecom un «falso ideologico». Per questo motivo
Giuseppe Consolo, capogruppo
di An in commissione, ha chiesto l'acquisizione delle
bobine della registrazione di quella seduta del Cda.
L'audizione è stata anche l'occasione per Chirichigno
per dare sfogo all'«amarezza» per come lui, Pascale
(allora amministratore delegato della Stet) e Agnes
(presidente) siano stati messi da parte, a fronte di
un lavoro che invece portò a un raddoppio del valore
dell'azienda: «Il gruppo non poteva e non doveva fare
a meno di noi». Invece, Prodi e l'allora sottosegretario
alla presidenza del Consiglio Enrico Micheli furono
gli «sponsor» di Tommasi di Vignano, nonostante «D'Alema
mi disse che puntava sull'abbinata Chrichigno-Rossi»
ai vertici Stet. Chirichigno non si è perciò tirato
indietro nel riferire altre «anomalie» riguardo all'affare
Telekom Serbia. Alla domanda se fosse possibile per
un capo azienda come Tommasi di Vignano (fino al gennaio
1997 direttore generale Telecom) portare avanti una
trattativa da 1.500 miliardi senza informare l'azionista
di riferimento ossia il ministri competenti, Chririchigno
risponde: «Per me è impossibile, non ipotizzabile e
non conforme ad etica professionale». E ancora: anche
i 30 miliardi che la Telecom versò al conte Gianni Vitali
e a Sdrja Dimitrijevic per la loro opera di intermediazione
sarebbe una «anomalia». «Non ho notizie di mediatori
in altre trattative» all'estero, come ad esempio in
Russia o in Uzbekistan. Di più: il 4-5% sui 1.500 dell'affare
è una percentuale che «meraviglia» Chirichigno. Tanto
che, facendo riferimento a Francesca Petralia, responsabile
dell'ufficio affari legali di Telecom Italia che ha
definito legittima quella percentuale, non ha mancato
di lanciare una velenosa frecciata: «Forse quella del
4-5% è una cultura al di fuori dell'ambiente di lavoro».
Chirichigno ha poi ricordato che dell'affare Telekom
Serbia parlò direttamente con Pascale, nello studio
di quest'ultimo: «Era settembre-ottobre del 1996. Pascale
mi riferì che la pratica non gli piaceva. Dal momento
che non piaceva neanche a me, mi ritenni soddisfatto
del suo non gradimento e dissi a Tommasi, allora mio
collaboratore, di non andare più avanti con quella pratica.
E difatti Tommasi da gennaio del 1997 non me ne parlò
più. Evidentemente - ha sottolineato Chirichigno -si
sentiva libero di non parlarmene avendo avuto la promessa
di diventare amministratore delegato della Stet». Piero
Fassino quando era sottosegretario al ministero degli
Esteri informò l'ex ministro Dini delle lettere inviate
dall'ambasciatore italiano a Belgrado Bascone che esprimevano
alla Farnesina la preoccupazione del diplomatico circa
i rischi politici ed economici dell'operazione Telekom
Serbia. La circostanza è stata riferita da Stefano Sannino,
ex capo della segreteria di Fassino e attuale consigliere
del presidente della Commissione europea, nel corso
della sua audizione. «Fassino mi disse che ne parlò
al ministro Dini». Tuttavia, dalla Farnesina vi fu una
comunicazione a Bascone con cui si diceva che «si trattava
di una iniziativa commerciale in cui il ministero degli
Esteri riteneva di non intervenire direttamente». Dell'affare
Telekom Serbia e delle preoccupazioni espresse in proposito
dall'allora ambasciatore italiano a Belgrado Francesco
Bascone «ero a conoscenza, ma non ne ho mai parlato
con nessuno, né con Dini né con Fassino», ha affermato,
nel corso della sua audizione, Federico Di Roberto,
ex direttore della direzione generale Affari economici
del ministero degli Affari esteri da pochi mesi in pensione.
Su richiesta di Carlo Taormina (Forza Italia) le dichiarazioni
di Di Roberto sono state messe agli atti in qualità
di testimonianza resa alla commissione e, sempre su
richiesta di Taormina, l'ufficio di presidenza deciderà
successivamente se inviare questi atti alla procura
di Torino per verificare la veridicità della testimonianza.
Alla domanda di Taormina su quale fosse la fonte da
cui Di Roberto era a conoscenza della linea politica
del governo, l'interessato ha risposto: «si conosce
dall'aria che si respira, dalle posizione che Fassino
e Dini avevano nei confronti di Milosevic (
nella foto piccola in alto) e del ruolo del governo
serbo dopo gli accordi di pace di Dayton». In sostanza,
per Di Roberto quella era una fase in cui «Milosevic
era diventato un punto di stabilità per i Balcani».
Perciò il governo italiano di allora aveva mostrato
una apertura nei confronti del governo di Belgrado.
«E' stata un'operazione ambigua». Così Antonio Aloia,
ex direttore generale di Stet International ha definito
l'operazione Telekom Serbia. Aloia che ha ricoperto
il suo incarico fino all'era Colaninno, non ha mancato
di citare una serie di anomalie ed ambiguità. |