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Anno 50

Venerdì 10/1/2003

 

Il ruolo di Fassino e Dini e l'apertura del governo italiano nei confronti di Milosevic

ROMA - «A bocciare la mia candidatura fu Prodi: me lo disse Massimo D'Alema». Francesco Chirichigno, ex amministratore delegato della Telecom Italia fino all'aprile del 1997, non usa giri di parole di fronte alla commissione parlamentare d'inchiesta Telekom Serbia per riferire che l'allora presidente del Consiglio preferì a lui Tomaso Tommasi di Vignano (indagato dalla procura di Torino) per l'incarico di amministratore delegato della Stet e per parlare di tante «anomalie» riguardanti un affare che a Telecom Italia costò all'epoca 1.500 miliardi di lire. E la prima anomalia sarebbe una delibera del Cda Telecom del 18 marzo del 1996 che dava mandato ai vertici dell'azienda di costituire una società in Serbia con poteri di spesa fino a 1.200 miliardi di lire. «Ai magistrati di Torino l'ho già detto - ha affermato Chirichigno, attuale consigliere del ministro delle Comunicazioni Gasparri -, io quella delibera proprio non me la ricordo». In sostanza, secondo Chirichigno una delibera del genere non poteva essere adottata senza il via libera della Stet, che allora controllava Telecom. Quell'atto è stato definito dall'allora amministratore delegato Telecom un «falso ideologico». Per questo motivo Giuseppe Consolo, capogruppo di An in commissione, ha chiesto l'acquisizione delle bobine della registrazione di quella seduta del Cda. L'audizione è stata anche l'occasione per Chirichigno per dare sfogo all'«amarezza» per come lui, Pascale (allora amministratore delegato della Stet) e Agnes (presidente) siano stati messi da parte, a fronte di un lavoro che invece portò a un raddoppio del valore dell'azienda: «Il gruppo non poteva e non doveva fare a meno di noi». Invece, Prodi e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Micheli furono gli «sponsor» di Tommasi di Vignano, nonostante «D'Alema mi disse che puntava sull'abbinata Chrichigno-Rossi» ai vertici Stet. Chirichigno non si è perciò tirato indietro nel riferire altre «anomalie» riguardo all'affare Telekom Serbia. Alla domanda se fosse possibile per un capo azienda come Tommasi di Vignano (fino al gennaio 1997 direttore generale Telecom) portare avanti una trattativa da 1.500 miliardi senza informare l'azionista di riferimento ossia il ministri competenti, Chririchigno risponde: «Per me è impossibile, non ipotizzabile e non conforme ad etica professionale». E ancora: anche i 30 miliardi che la Telecom versò al conte Gianni Vitali e a Sdrja Dimitrijevic per la loro opera di intermediazione sarebbe una «anomalia». «Non ho notizie di mediatori in altre trattative» all'estero, come ad esempio in Russia o in Uzbekistan. Di più: il 4-5% sui 1.500 dell'affare è una percentuale che «meraviglia» Chirichigno. Tanto che, facendo riferimento a Francesca Petralia, responsabile dell'ufficio affari legali di Telecom Italia che ha definito legittima quella percentuale, non ha mancato di lanciare una velenosa frecciata: «Forse quella del 4-5% è una cultura al di fuori dell'ambiente di lavoro». Chirichigno ha poi ricordato che dell'affare Telekom Serbia parlò direttamente con Pascale, nello studio di quest'ultimo: «Era settembre-ottobre del 1996. Pascale mi riferì che la pratica non gli piaceva. Dal momento che non piaceva neanche a me, mi ritenni soddisfatto del suo non gradimento e dissi a Tommasi, allora mio collaboratore, di non andare più avanti con quella pratica. E difatti Tommasi da gennaio del 1997 non me ne parlò più. Evidentemente - ha sottolineato Chirichigno -si sentiva libero di non parlarmene avendo avuto la promessa di diventare amministratore delegato della Stet». Piero Fassino quando era sottosegretario al ministero degli Esteri informò l'ex ministro Dini delle lettere inviate dall'ambasciatore italiano a Belgrado Bascone che esprimevano alla Farnesina la preoccupazione del diplomatico circa i rischi politici ed economici dell'operazione Telekom Serbia. La circostanza è stata riferita da Stefano Sannino, ex capo della segreteria di Fassino e attuale consigliere del presidente della Commissione europea, nel corso della sua audizione. «Fassino mi disse che ne parlò al ministro Dini». Tuttavia, dalla Farnesina vi fu una comunicazione a Bascone con cui si diceva che «si trattava di una iniziativa commerciale in cui il ministero degli Esteri riteneva di non intervenire direttamente». Dell'affare Telekom Serbia e delle preoccupazioni espresse in proposito dall'allora ambasciatore italiano a Belgrado Francesco Bascone «ero a conoscenza, ma non ne ho mai parlato con nessuno, né con Dini né con Fassino», ha affermato, nel corso della sua audizione, Federico Di Roberto, ex direttore della direzione generale Affari economici del ministero degli Affari esteri da pochi mesi in pensione. Su richiesta di Carlo Taormina (Forza Italia) le dichiarazioni di Di Roberto sono state messe agli atti in qualità di testimonianza resa alla commissione e, sempre su richiesta di Taormina, l'ufficio di presidenza deciderà successivamente se inviare questi atti alla procura di Torino per verificare la veridicità della testimonianza. Alla domanda di Taormina su quale fosse la fonte da cui Di Roberto era a conoscenza della linea politica del governo, l'interessato ha risposto: «si conosce dall'aria che si respira, dalle posizione che Fassino e Dini avevano nei confronti di Milosevic (
nella foto piccola in alto) e del ruolo del governo serbo dopo gli accordi di pace di Dayton». In sostanza, per Di Roberto quella era una fase in cui «Milosevic era diventato un punto di stabilità per i Balcani». Perciò il governo italiano di allora aveva mostrato una apertura nei confronti del governo di Belgrado. «E' stata un'operazione ambigua». Così Antonio Aloia, ex direttore generale di Stet International ha definito l'operazione Telekom Serbia. Aloia che ha ricoperto il suo incarico fino all'era Colaninno, non ha mancato di citare una serie di anomalie ed ambiguità.