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| mercoledi, 29 gennaio 2003 | |
| VARIE |
| Il composto silenzio di Margherita per l' ultimo saluto dell' istituzione |
| Latella Maria | |
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ROMA - «Uno statista». Verso la fine di un discorso che qualcuno, tra gli amici dell' Avvocato, aveva fino a quel momento considerato fin troppo minimalista, il presidente del Senato Marcello Pera fa scivolare, senza enfasi, quella parola che concent ra, in sé, il massimo riconoscimento. Questo era, questo è stato, per Pera, Giovanni Agnelli: un uomo «con una visione d' insieme che ne faceva, al tempo stesso, un imprenditore e uno statista». Chissà se il suono di quella parola, «statista» arriva fin lassù, fin nella tribuna dove Margherita Agnelli e i suoi figli maggiori, John detto «Yaki» e Lapo, ascoltano la commemorazione del nonno, il senatore a vita Giovanni Agnelli. Forse no, forse alla figlia sfugge perché sarà la sola, nel gruppo ris tretto di parenti e amici intervenuti alla cerimonia, sarà la sola, lei, Margherita, a non applaudire. O meglio, sarà l' ultima. Si accoda infatti all' applauso col quale Suni Agnelli e Yaki, e Lapo, e il cugino Lupo Rattazzi e gli amici Mario D' Urs o e Marida Recchi accolgono la conclusione del discorso di Pera. Si unisce a loro, ma per poco, solo alla fine. La signora bionda e di nero vestita, senza tacchi, senza trucco è la bionda signora, di nero vestita, che cinque milioni di italiani hanno visto in tv, domenica scorsa. Qualche passante si ferma a guardarla, davanti al Senato. Lei, Yaki da un lato e Lapo dall' altro, riceve l' abbraccio di Mario D' Urso e Marida Recchi che l' aspettano davanti all' ingresso: per il primo è un ritorno, è stato senatore dell' Ulivo, per la signora torinese, grande amica della famiglia Agnelli, è invece la prima volta in Parlamento. Margherita e i figli si infilano in ascensore. Lei è silenziosa, il primogenito pure. Lapo cerca di distrarre la madre facendole notare quanto son belli e ben curati i vecchi ascensori del Senato. Premure di figlio. «Condoglianze, signora», sussurra un commesso avvicinandosi a Margherita Agnelli. L' ingresso nella Bomboniera, come viene chiamata l' aula di palazzo Ma dama, fotografa da un lato la puntualità sabauda, dall' altro l' elastico senso del tempo dei senatori. Gli Agnelli sono in anticipo di qualche minuto, i senatori no. Piano piano, cominciano a comparire, primo fra tutti Enrico La Loggia, poi il sotto segretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta e gli altri. I banchi del centro-sinistra si riempiono, quelli della maggioranza molto meno, vistose assenze tra le file di An, arriva Giuseppe Consolo ma in pochi, del suo partito, gli faranno compagnia. Non manca invece il senatore a vita Andreotti. Più presente Forza Italia che schiera il capogruppo Schifani, Contestabile, Jannuzzi: sul loro banco, un mazzo di lunghe rose rosse, destinate forse a Margherita Agnelli. I capigruppo dei Ds, A ngius, e della Margherita, Bordon, avranno buon gioco nel far notare, dopo, che loro c' erano tutti e gli altri no. «Ma si capiva già dai necrologi, subito dopo la scomparsa di Agnelli, si capiva dalle frasi raccolte in tv tra la gente comune: l' Avvocato, da "quella parte", ha sempre raccolto minor simpatia» commenta il senatore Franco Debenedetti che è ulivista, sì, ma in questo caso soprattutto torinese. Il presidente del Senato ripercorre le tappe della vita di Agnelli e lassù, in tribuna, l a madre e i figli ascoltano, immobili. Immobile è Yaki, assorta è Margherita che una sola volta si sporge per avere, forse, un quadro d' insieme dell' aula. Una sola volta Lapo sussurra un commento alle materne orecchie. Per il resto, è silenzio. Tac ciono gli amici, che sono in un' altra tribuna, così come da una diversa tribuna segue la cerimonia Alain Elkann, padre di Yaki e Lapo. A discorso concluso, Marcello Pera riceve Margherita e i figli, Susanna Agnelli con il figlio Lupo Rattazzi, nello studio privato. Tutto è durato poco più di mezz' ora, la famiglia lascia il Senato così come vi era arrivata, silenziosamente. I senatori si spargono verso la buvette: «Molti di noi mancavano? E' vero. Non c' erano votazioni e quando non si vota, i più preferiscono il collegio». Anche se c' era da commemorare «uno statista». Addirittura, come hanno scritto tutti, «il re d' Italia». Ma il re è morto e la politica sembra voler essere la prima a prenderne, cinicamente, atto. |
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