Lunedì 20 Gennaio 2003

DOPO L’INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO. Documento critico sulla Commissione per Tangentopoli dell’Anm

Giustizia, nessuna schiarita in vista

La Cdl: dai magistrati proteste, non proposte. Rutelli: no a leggi per pochi



Roma. È sempre rovente la polemica tra maggioranza ed opposizione sul ruolo della magistratura italiana esplosa sabato durante le cerimonie per l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario presso i 26 distretti delle Corti d’appello. Il leader della Margherita Francesco Rutelli si è rivolto al governo per chiedergli di mettersi al lavoro per varare una riforma della giustizia che «funzioni meglio per tutti». Mentre fino ad oggi, attacca Rutelli, sono state fatte solo «leggine per risolvere i problemi di una famiglia sola». A provocare forte preoccupazione tra i magistrati è invece la proposta della Casa delle libertà di istituire una commissione parlamentare di inchiesta che indaghi sull’operato della magistratura in Tangentopoli. Per le «finalità perseguite» ed i poteri attribuiti, avverte l’associazione dei magistrati (Anm), «rischierebbe di mettere in crisi il principio della separazione dei poteri».
La Casa delle Libertà respinge tutte le accuse dell’Ulivo e dei magistrati e denuncia la politicizzazione della magistratura che, come ha affermato il responsabile giustizia di Forza Italia, Giuseppe Gargani, invece di fare autocritica per la lentezza della macchina giudiziaria esprime «posizioni politiche».
Se non si fanno i processi, ha osservato Gargani, certamente non si può dare la colpa soltanto al governo ma anche i magistrati si devono interrogare se ci sono loro responsabilità. Quanto all’autonomia, non sono solo i magistrati a reclamarla ed a proteggerla, ha detto ancora l’esponente di Forza Italia, ma anche noi, il governo ed i cittadini, mentre i magistrati politicizzati dimostrano di non essere affatti autonomi.
Dello stesso tenore sono le prese di posizione di Alleanza nazionale e di altri esponenti della maggioranza di centrodestra. Per il senatore Giuseppe Consolo di An nelle cerimonie svoltesi nelle Procure d’Italia c’è stata «tanta protesta e poca proposta». Ed i magistrati hanno definito la giustizia un malato terminale come se la soluzione del problema non dipendesse anche da loro. Se vogliamo salvare la giustizia, ha concluso il senatore di An, dobbiamo unirci tutti noi addetti ai lavori, parlamentari, magistrati ed avvocati, per risolvere i gravi problemi.
Molto polemico e critico nei confronti dei magistrati è stato il commento del presidente della commissione Giustizia della Camera, Gaetano Pecorella. I discorsi pronunciati dai procuratori generali, accusa, dimostra che la magistratura italiana è conservatrice e vuole salvaguardare i privilegi dei pubblici ministeri rispetto alla difesa ed ai diritti dei cittadini.
«Come un clone», ha affermato ancora Pecorella, «si sono riprodotti tanti "borrellini" che hanno scavato le loro trincee e sparano al primo che si avvicina». Oggi, è la sua conclusione, «l’unico modo per cambiare la magistratura è costringerla a cambiare perchè da sola non lo farà mai».
All’indomani dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati ha diffuso un documento. Riforme nella direzione di un «più efficace servizio giustizia reso ai cittadini»; «soddisfazione» per l’appello accolto dai magistrati di portare con sè la Costituzione, e «preoccupazione» per la proposta di istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia, sono i punti principali indicati.
L’Anm ha inoltre preso atto con soddisfazione che i magistrati in tutte le sedi italiane di Corte di Appello «hanno partecipato numerosissimi» alle cerimonie inaugurali dell’anno giudiziario portando con sè la Costituzione. L’appello dell’Anm - si sottolinea nel documento - «è stato accolto e compreso nel suo significato di gesto, non di protesta, ma di richiamo ai principi». Palermo. «Chissà, e lo dico solo a livello di ipotesi, forse sulla decisione della Cassazione ha influito anche il fatto nuovo del pentimento di Nino Giuffrè, imputato nel processo». Lo ha detto il procuratore aggiunto di Caltanissetta Renato Di Natale per il quale il verdetto della Suprema Corte sulla strage di via D’Amelio, in cui nel luglio del 1992 morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta, «è un riconoscimento del teorema Buscetta» in base al quale ogni capomandamento, per il solo fatto di essere tale, è responsabile di ogni delitto eccellente. Sarà adesso una nuova Corte di assise di appello a pronunciarsi - ha aggiunto Di Natale, che fu presidente di Corte di assise nel primo processo di via D’Amelio, «e pur aspettando le motivazioni della Cassazione per esprimere una valutazione complessiva, mi sembra che i giudici di piazza Cavour, con un orientamento meno garantista dei loro colleghi che hanno annullato le condanne di Capaci, hanno voluto riaprire la questione della responsabilità della commissione regionale, sottolineando il carattere unitario e verticistico di Cosa Nostra».
Con i due rinvii della Cassazione in tempi diversi, il Palazzo di Giustizia di Catania, diventa il nuovo crocevia dei processi delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Con due sentenze diverse: la prima della quinta sezione che «smonta» il cosiddetto teorema Buscetta, la seconda, della sesta sezione, emessa ieri sera, che conferma l’esistenza della cupola mafiosa. Per 13 imputati del procedimento per l’uccisione di Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta, il processo si svolgerà a Catania perché a Caltanissetta vi è una sola sezione di corte d’assise d’appello. La data di apertura del dibattimento non è stata ancora fissata.